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Debito americano: quanto deve crescere l'America per pagare il proprio conto

Data pubblicazione: 02 ottobre 2026

Autore: Angelo Nigretti

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Rappresentazione visiva dell'articolo: Debito americano: quanto deve crescere l'America per pagare il proprio conto

Con il decennale USA al 5,34%, i conti di Washington diventano anche i nostri: è su quel tasso che il mondo prezza il proprio debito


Il 1° ottobre il rendimento del Treasury a 10 anni ha toccato il 5,34%, il livello più alto dal 2002. Nel trimestre appena chiuso è salito di 87,1 punti base, il rialzo trimestrale più forte dal 1994 secondo i dati LSEG citati da Reuters. Davanti a numeri così, le domande dei clienti sono sempre due. Gli Stati Uniti possono permettersi questo debito? E se i tassi americani salgono, cosa succede ai miei BTP e al mio mutuo? Sono domande serie, e meritano conti invece di slogan.


Quanto costa oggi il debito americano?


Secondo il Congressional Budget Office, il debito federale detenuto dal pubblico è passato dal 99% del PIL di fine 2025 al 101% di quest'anno, e sale al 120% nel 2036 a legislazione invariata. Il deficit dell'anno fiscale 2026 è stimato in 1.900 miliardi di dollari, il 5,8% del PIL.

La voce che cresce più in fretta è la spesa per interessi. Nel 2026 supera i 1.000 miliardi di dollari, pari al 3,3% del PIL: il massimo da quando esistono serie storiche, sopra il precedente record del 1991. Il governo americano spende ormai più in interessi che in difesa, per cui il CBO prevede 885 miliardi. Entro il 2036 gli interessi raddoppiano a 2.100 miliardi, il 4,6% del PIL.

Il tasso medio pagato oggi sul debito negoziabile è intorno al 3,4-3,5%, secondo i dati del Tesoro americano. È molto più basso del 5,34% del decennale perché una parte consistente dello stock è stata emessa negli anni dei tassi a zero. Questo cuscinetto però si consuma. La vita media del debito era di 70 mesi a fine 2025, e i titoli a breve, i T-bill, pesano per circa il 22% del totale: quella quota si rifinanzia ai tassi correnti nel giro di un anno. Ogni trimestre che passa con il decennale sopra il 5%, il costo medio si avvicina al costo di mercato.

C'è un dettaglio che rende i numeri del CBO già ottimistici. Le proiezioni sono di febbraio, quando il decennale viaggiava ben sotto i livelli attuali. Con i tassi di oggi, la spesa per interessi del prossimo decennio sarà con buona probabilità più alta di quella stimata.


Quanto deve crescere l'economia per non andare in crisi?


Esiste una regola contabile semplice per capire se un debito pubblico è sostenibile. Il rapporto debito/PIL resta stabile quando la differenza tra crescita nominale del PIL e tasso medio pagato sul debito, moltiplicata per il livello del debito, basta a coprire il deficit primario, cioè il deficit al netto degli interessi.

Applichiamola agli Stati Uniti con i numeri del CBO. Il debito è circa il 100% del PIL, il deficit primario 2026 è il 2,6% del PIL, il tasso medio pagato è intorno al 3,5%. Perché il rapporto debito/PIL smetta di salire, la crescita nominale dell'economia deve superare il tasso medio di almeno 2,6 punti. Servirebbe quindi una crescita nominale stabile intorno al 6% l'anno. È un calcolo semplificato, che ignora effetti di composizione e tempi di rifinanziamento, ma l'ordine di grandezza regge anche cambiando le ipotesi.

Il problema è cosa c'è dentro quel 6%. Con un'inflazione al 2%, l'obiettivo della Fed, servirebbe una crescita reale vicina al 4% per anni. Il PIL reale americano è cresciuto del 2,1% nel 2025 e intorno al 2,2% nel primo semestre 2026, secondo il Bureau of Economic Analysis. Ritmi buoni per un'economia avanzata, ma lontani dalla soglia.

E se il costo medio del debito converge verso i tassi di mercato attuali, tra il 4,2% dei T-bill e il 5,3% del decennale, l'asticella sale ancora: la crescita nominale necessaria si avvicina al 7-7,5%.

Qui c'è il punto che i titoli dei giornali raramente spiegano. Nel secondo trimestre 2026 il PIL nominale americano è cresciuto a un ritmo annualizzato del 7,9% nella stima preliminare del BEA. Il conto quindi torna, per ora. Ma torna per una ragione precisa: l'indice dei prezzi PCE è salito del 5% annualizzato nello stesso trimestre. A tenere sotto controllo il rapporto debito/PIL in questo momento è soprattutto l'inflazione, non la crescita reale.


Perché il mercato chiede di più?


Se l'inflazione aiuta il debitore, danneggia il creditore. Il mercato obbligazionario lo ha capito e si sta facendo pagare. Il rendimento reale del decennale, misurato sulla curva dei titoli indicizzati TIPS del Tesoro, ha raggiunto il 2,91%, il livello più alto da novembre 2008. Un rendimento reale vicino al 3% contro una crescita reale intorno al 2% significa che, sul debito emesso oggi, il tasso reale supera la crescita reale. Finché questa condizione resta confinata ai titoli nuovi, il bilancio regge. Se diventa la condizione media dello stock, la dinamica del debito cambia segno.

A questo si aggiunge la politica monetaria. A settembre la Fed ha alzato i tassi al 3,75-4%, primo rialzo dal luglio 2023, per contrastare un'inflazione spinta dal petrolio. Una banca centrale che stringe mentre il Tesoro emette debito record alza il costo del rifinanziamento proprio nel momento peggiore per i conti pubblici.


Il rialzo dei tassi americani pesa anche su di noi


La risposta breve è sì, e in misura misurabile. Uno studio della Federal Reserve sulla trasmissione tra Treasury e Bund ha stimato che circa metà della reazione dei rendimenti americani agli annunci della Fed si trasferisce ai rendimenti tedeschi. Un'analisi più recente del Meccanismo europeo di stabilità ha quantificato l'effetto dell'offerta: un aumento inatteso di 25 miliardi di dollari nell'emissione netta di Treasury alza il rendimento del Bund di 10-15 punti base, con effetti che durano circa dieci giorni.

Per un risparmiatore italiano il canale è diretto. Il Bund è il riferimento dell'area euro, e i BTP si prezzano come Bund più spread. Oggi il decennale italiano rende il 4,69% con uno spread di 106 punti sul Bund al 3,63%. Una parte del rialzo dei BTP di quest'anno arriva da Washington, non da Roma: questo vale per il costo del debito italiano, per i nuovi mutui a tasso fisso e per il valore dei portafogli obbligazionari già in essere.

Lo studio dell'ESM aggiunge però un elemento che cambia la lettura. Quando gli investitori percepiscono i Treasury come meno "speciali" rispetto ai Bund, la trasmissione si indebolisce. In altre parole, più il debito americano perde il suo status, meno l'Europa è costretta a seguirlo. Il caso francese di questi mesi lo conferma: l'OAT decennale è salito di oltre 110 punti base da luglio, più del Treasury, per ragioni tutte interne al bilancio di Parigi e alle elezioni di aprile. I tassi europei seguono quelli americani, ma non solo quelli.


Il punto che spesso si dà per scontato


Il dibattito pubblico si divide in due campi. Da una parte chi annuncia un default americano, dall'altra chi ripete che il Treasury resta il titolo privo di rischio per eccellenza. Hanno torto entrambi, per la stessa ragione.

Il rischio di insolvenza nominale degli Stati Uniti è molto basso. Il debito è in dollari, la valuta di riserva mondiale, e i mercati continuano ad assorbire le emissioni: gli swap spread sul decennale sono intorno a -39 punti base, in linea con la media degli ultimi cinque anni, segno che l'offerta trova compratori. Persino dopo il declassamento di Moody's del maggio 2025, che ha tolto agli Stati Uniti l'ultima tripla A, i CDS sovrani sono tornati sulla media di lungo periodo, come ha osservato la Reserve Bank of Australia.

Ma "privo di rischio" non ha mai significato solo "verrà rimborsato". Ha significato anche potere d'acquisto protetto, prezzo stabile nelle crisi, correlazione negativa con le azioni. Su ognuno di questi fronti il Treasury ha perso terreno. La stessa Reserve Bank of Australia rileva che lo spread tra Treasury e tassi OIS si è allargato di circa 20 punti base dal 2021, un segnale di minore desiderabilità. State Street ha documentato una riduzione strutturale del premio di convenienza dei Treasury e del loro ruolo di bene rifugio.

Il rischio vero del debito americano quindi non è che non venga pagato. È che venga pagato in dollari che valgono meno. Se la crescita reale non basta, l'aritmetica lascia due strade: tasse più alte e spesa più bassa, politicamente difficili, oppure qualche anno di inflazione sopra l'obiettivo. Il mercato sta prezzando la seconda. Per un investitore europeo c'è un terzo strato di rischio, il cambio, che si aggiunge agli altri due. Un titolo che può perdere valore per inflazione, per durata e per valuta resta un ottimo strumento di liquidità e diversificazione, ma non va più presentato ai clienti come il punto zero del rischio.


Questo articolo ha finalità informativa e non costituisce consulenza finanziaria personalizzata. Dati aggiornati al 2 ottobre 2026; le proiezioni CBO sono di febbraio 2026 e non incorporano il rialzo dei rendimenti degli ultimi mesi. Il calcolo della crescita necessaria a stabilizzare il debito è una semplificazione a scopo illustrativo.


Fonti principali: Congressional Budget Office (Budget and Economic Outlook 2026-2036), U.S. Department of the Treasury (Fiscal Data, curva TIPS), Joint Economic Committee del Senato USA, Bureau of Economic Analysis, Reuters (dati LSEG), Teleborsa, Federal Reserve Board (International Finance Discussion Papers), European Stability Mechanism, Reserve Bank of Australia, Moody's Ratings, State Street Global Advisors.


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